Archivio della categoria: Antimafia

Liberi nella Legalità: il fondatore di Libera, Don Luigi Ciotti

liberi nella legalitràliberi nella legalitrà(1941)  Nella giornata di sabato 9 avremo la possibilità di incontrare al Teatro Sant’Alessandro a Santa Margherita Belìce, Don Luigi Ciotti, sacerdote attivo nella lotta alla mafia.

( da wikipedia) Giornalista pubblicista dal 1988, Ciotti è editorialista e collabora con vari quotidiani e periodici, inoltre scrive su riviste specializzate per operatori sociali e insegnanti ed interviene su testate locali. Nel 1968 inizia l’intervento all’interno degli istituti di pena minorile. Terminati gli studi presso il seminario di Rivoli (TO) viene ordinato sacerdote nel novembre del 1972 dal cardinale Michele Pellegrino, che come parrocchia gli affida la strada. Data la sua ininterrotta opera sulle dipendenze viene invitato in vari paesi per condurre seminari ed è stato chiamato per audizioni presso il parlamento europeo. Il suo impegno pubblico inizia nel 1966 con la creazione del Gruppo Abele, organizzazione che opera all’interno delle carceri minorili ed aiuta le vittime della droga; sedici anni dopo, nel 1982, viene costituito il coordinamento nazionale delle comunità d’accoglienza, il CNCA, e nel 1986 Ciotti diventa il primo presidente della Lega italiana per la lotta contro l’AIDS (LILA), fondata da Franco Grillini ed altri appena un anno prima. Nel febbraio 1993 pubblica il primo numero del mensile Narcomafie e il 25 marzo 1995 fonda Libera, una rete che coordina nell’impegno della lotta alla mafia oltre 1500 associazioni e gruppi sia locali che nazionali. Il 1 luglio 1998 riceve a Bologna, su proposta del consiglio della facoltà di Scienze della formazione, la laurea honoris causa in Scienze dell’educazione, che egli considera come un grande premio per lo sforzo compiuto da tutto il Gruppo Abele nel corso degli anni.
Personalità molto influente nel campo religioso e sociale, Don Ciotti è autore di alcuni libri a carattere educativo, di impegno sociale, di riflessione spirituale, Genitori, figli e droga, scritto in collaborazione con Gabriella Vaccaro, e Chi ha paura delle mele marce?.

La nostra piena solidarietà al dott. Salvatore Vella

(1883)  Esprimiamo la nostra piena solidarietà al dott. Salvatore Vella, Sostituto Procuratore della Repubblica di Sciacca, per il vile atto intimidatorio ricevuto nei giorni scorsi durante un convegno tenutosi a Bivona.
Ben ricordiamo il lavoro che ha svolto in questi anni nel nostro territorio, e ben ricordiamo l’incontro avuto con lui un paio di anni fa durante la nostra manifestazione antimafia, Continua a leggere

La mia infanzia e i boss del Belice

(1833)         Riceviamo e pubblichiamo….
Hanno cercato di infilarci nel cervello che festeggiare una condanna alla reclusione è vergognoso e indegno. Che bisogna avere rispetto del condannato, ancor di più se dopo la condanna non inizia a bestemmiare e a minacciare di morte i pm. Si sono inventati la balla del “rispetto del condannato per bene”. Continua a leggere

Agrigento:Tavola rotonda mafia e media: la mafia mediata

0.png(1787)      Riceviamo e pubblichiamo…..
Anche quest’anno in occasione della festa di San Francesco di Sales (24 gennaio), patrono dei Giornalisti, l’Ufficio Comunicazioni Sociali della Curia e la sezione provinciale dell’UCSI (Unione Cattolica della Stampa Italiana) con il patrocinio dell’UCSI regione Sicilia,   Continua a leggere

Fuori Riga nuovo numero in edicola

fR_9_cover1 (1669)    E’ in edicola il nuovo eccezionale numero di “Fuoririga Speciale Mafia”.
La straordinaria cattura del boss Gerlandino Messina: Esclusivo reportage  sulla storia dell’ex superlatitante empedoclino e tutti i retroscena che hanno portato al suo arresto.
Cosa Nostra provinciale ha un nuovo capo: Matteo Messina Denaro impone un boss della provincia.
Falsone fa il duro:  In carcere il campobellese è tornato ad avere il piglio da capo clan. Continua a leggere

Sotto Processo. Procedimenti in corso dei potenti d’Italia

copertina benny(1618) Da qualche giorno è uscito nelle librerie il nuovo libro di Benny Calasanzio e noi con piacere ne pubblicizziamo la pubblicazione.
Il who’s who della classe dirigente italiana dal punto di vista delle aule giudiziarie. Come un’intera aristocrazia del potere e del denaro si rapporta alle leggi dello Stato. Imputazioni, processi, prescrizioni e (raramente) sentenze: una per una le fedine penali degli uomini che contano nel nostro paese. Continua a leggere

Mafia, sequestrati beni per 900 mila euro a un estorsore di Santa Margherita di Belice

(1479) DA SICILIAINFORMAZIONI
La Direzione investigativa antimafia (DIA) di Palermo ha sequestrato beni mobili ed immobili per un valore di oltre 900mila euro a Pasquale Ciaccio, 43 anni, già in carcere per associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti, Ciaccio avrebbe riscosso il pizzo per conto delle cosca di Santa Margherita Belice (Agrigento). In particolare, Ciaccio avrebbe gestito le estorsioni subite dagli imprenditori che lavoravano nella Valle del Belice. Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Agrigento su proposta della procura di Palermo, che ha rilevato la sproporzione tra i redditi leciti e le disponibilità economiche del detenuto e gli investimenti e gli acquisti da lui fatti. Pasquale Ciaccio era già stato arrestato nel novembre del ’94 con l’accusa di associazione per delinquere, finalizzata alla commissione di omicidi, estorsioni e danneggiamento.

Il 4 luglio del 2008 era stato coinvolto nell’operazione “Scacco Matto”, condotta dalla Dda di Palermo, che aveva smantellato un’organizzazione mafiosa che gestiva appalti di opere pubbliche nel settore edile e turistico – alberghiero, nonché il controllo della fornitura di calcestruzzo, mezzi e manodopera specializzata nella Valle del Belice. A Ciaccio era stato contestato, in particolare, di avere svolto funzioni di raccordo fra gli affiliati ai clan e di avere curato le estorsioni e la “messa a posto” delle imprese che operavano nel comprensorio. Insieme al boss Calogero Rizzuto, ora collaboratore di giustizia, avrebbe costretto tra l’altro, il titolare di una impresa edile, che stava eseguendo la manutenzione delle strade a Santa Margherita di Belice, a pagare il “pizzo”. Avrebbe inoltre mantenuto stretti contatti con il capo mandamento del Belice Gino Guzzo, collegato al capo provinciale di Cosa Nostra Giuseppe Falsone, arrestato a Marsiglia il 25 giugno scorso e già estradato in Italia. Numerose intercettazioni ambientali, infine, confermano il ruolo di Pasquale Ciaccio come “collettore” delle estorsioni nei confronti di imprenditori edili e fornitori di materiali che operavano nella Valle del Belice.

Processo Scacco Matto condanne per 120 anni di carcere

tribunale-aula1(1146) Riportiamo da Live sicilia…..Condanne per quasi 120 anni di carcere sono state inflitte dal tribunale di Palermo nell’ambito delle prime sentenze a carico di undici imputati coinvolti nell’operazione antimafia denominata “Scacco matto”, condotta dalla Dda di Palermo contro le cosche dell’Agrigentino, tra Sciacca, Ribera e la Valle del Belice. Continua a leggere

Gli Scassaminchia Pino Maniaci e Peppino Impastato

logo(1137) Nei giorni scorsi è andato in onda su MTV una puntata del programma “Il testimone” condotta da Pif dedicata agli “scassaminchia” ovvero irriducibili combattenti dei giorni nostri che quotidianamente, attraverso le loro attività, denunciano la Mafia. In questo caso si parlerà di Pino Maniaci e di Peppino Impastato.
 Clicca per guardare il video

Sequestrati beni al cassiere Rosario Cascio

diagico (1092) da SiciliaInformazioni di oggi.. Sequestrati beni per 550 milioni di € al cassiere del boss Matteo Messina Denaro
Beni per un valore complessivo di oltre 550 milioni di euro sono stati sequestrati a Palermo dalla Direzione investigativa antimafia e dalla Guardia di Finanza. Il provvedimento riguarda un ingente patrimonio Continua a leggere

Not Magazine in edicola

cover_not_3(1010) Riceviamo e pubblichiamo…….Dopo il successo delle precedenti due edizioni, torna in edicola il nuovo numero della rivista Not Magazine.
Copertina dedicata all’attore agrigentino Alessandro Mario, che, dopo Centrovetrine, è volato negli States, dove, già da qualche tempo, è alle prese con le scene di una produzione holliwoodiana.
Tra le inchieste affrontate, quella riguardante l’Aeroporto di Agrigento, con le ricostruzioni grafiche dei tecnici che mostrano come sarebbe lo scalo agrigentino e un’ampia intervista al presidente della Provincia, Eugenio D’Orsi.
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In ricordo di Giuseppe Gati, un ragazzo libero

Immagine(502)  Siamo vicini alla famiglia Gati per la scomparsa del  loro figlio Giuseppe, un ragazzo che qualche giorno fa ci aveva inorgoglito tutti per la propria azione. Ciao Giuseppe ti ricorderemo sempre.
Email dal Metup di Siracusa
Ragazzi purtroppo devo darvi una bruttissima notizia….
Stamattina Giuseppe Gatì è morto. Incredibile, vero? Noi l’abbiamo visto con i nostri occhi e ancora non ci crediamo. Continua a leggere

In Edicola il 4° numero di FUORIRIGA

fR_4.COVER(458) Fuoririga è già in edicola, da domenica 21 dicembre, con un nuovo sconvolgente “speciale verità” sulla Mafia Agrigentina.
Il quarto numero di Fuoririga, la rivista diretta da Gero Tedesco, è ricco di esclusive e ridisegna la situazione attuale della lotta alla mafia in provincia di Agrigento e non solo. Riflettori puntati sul “Blitz Agorà” con le intercettazioni esclusive dell’inchiesta sul nuovo centro commerciale condotta dalla Squadra Mobile di Agrigento. Continua a leggere

Ass.Naz.Familiari Vittime di Mafia: Sedici anni fa veniva ucciso Giuseppe Borsellino

Immagine(452) L’ Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia ricorda oggi Giuseppe Borsellino con una nota diffusa dal presidente Sonia Alfano e sottoscritta da tutti i componenti dell’ associazione che presiede: “Sedici anni fa veniva ucciso Giuseppe Borsellino, un piccolo imprenditore di Lucca Sicula reo di non essersi piegato al pagamento del pizzo ed allo scippo della propria azienda da parte della mafia locale e di aver fatto i nomi degli assassini del figlio ucciso pochi mesi prima. A Giuseppe Borsellino vogliamo tributare tutta la nostra più sentita ammirazione per aver dato a questa nazione un raro esempio di civiltà, umanità e coraggio. Giuseppe Borsellino   e suo figlio Paolo, sono due delle pietre sulle quali si fonda la nazione in cui crediamo e le nette linee di demarcazione tra l’essere uomini e l’essere servi. E’ con immenso affetto che vorremmo stringerci intorno alla famiglia Calasanzio Borsellino in questo giorno certamente di dolore per loro e per tutti noi e tributargli la nostra riconoscenza per aver in questi anni portato in ogni dove l’esempio dei loro cari. Conosciamo bene l’intollerabile dolore di una così grave perdita ed è per questo che vogliamo sentitamente ringraziarli per aver il coraggio di rievocare da anni quei momenti per donare l’ esempio di Giuseppe e Paolo alla collettività. I familiari delle vittime di mafia hanno il dovere ed il compito di provare a non seguire l’istinto di chiudersi nel proprio dolore ma di raccontare le vite e l’esempio dei propri familiari uccisi dalla mafia a tutti i cittadini di questo paese. Vogliamo ancora una volta ringraziarli per aver assolto in questi anni al loro gravoso e doloroso compito”.

Fuoririga: articolo sul presunto boss del Belice, Gino Guzzo

Immagine(425) Ecco l’articolo pubblicato sul periodico Fuoririga, dedicato alla figura del presunto boss del Belice, Gino Guzzo. A causa dell’incredibile successo di Fuoririga non ci sono più copie in commercio. L’unico modo per acquistarlo è on line, cliccando qui. Spero, pubblicandolo qui, di fare un servizio a quanti avrebbero voluto comprarlo ma non ci sono riusciti.

Quanto segue è basato sull’ordinanza di fermo dell’operazione di polizia «Scacco Matto». Non ci sono ancora sentenze di condanna o assoluzione, se non quelle passate in giudicato che hanno riguardato Gino Guzzo. Per cui coloro che di seguito sono citati vanno considerati innocenti fino alla sentenza.

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A tratti è riflessivo, saggio, salomonico. Un attimo dopo sfodera l’ira del capo indiscusso ed indiscutibile, del tiranno. E’ una figura ambigua quella dell’ultimo boss del Belice, Gino Guzzo, secondo le indagini capo incontrastato del mandamento che comprende Sciacca, Santa Margherita Belice, Menfi e Sambuca di Sicilia. E’ lui il «padrino» del territorio, o almeno lo era prima di finire nella rete dell’operazione “Scacco Matto”. E’ lui a tirare le fila, talvolta accarezzando gli uomini d’onore, talvolta umiliandoli e costringendoli a chiedere «scusa». L’aspetto fisico, la lucidità e la capacità di mediare ricordano l’ultimo Bernardo Provenzano, più stratega che «tratturi». La scalata di Gino Guzzo al vertice della cupola mafiosa di Agrigento inizia in un periodo di forte crisi vocazionale in Cosa Nostra. Il vecchio capomafia di Montevago, Pino La Rocca, ormai aveva una certa età e per portare avanti la «famiglia» aveva bisogno di energie giovani, di nuove leve. Ma di chi fidarsi a Montevago? Fu un uomo d’onore saccense, Accursio Dimino, ex compagno di scuola di Guzzo, a presentare Gino al grande vecchio come uno «apposto», di cui fidarsi. Prima «guarda spalle» di Don Pino, poi suo autista. Gino Guzzo è uno che la gavetta criminale l’ha fatta tutta, collezionando arresti e condanne che in Cosa Nostra fanno curriculum e certificano l’affidabilità di un uomo d’onore. Se non parli, se il carcere non ti spaventa, se dentro ti fai rispettare, hai stoffa. Gli inquirenti dicono che Guzzo è un uomo d’onore almeno dal 1996. In realtà l’affiliazione risalirebbe ai primi anni 90. Il ‘96 è l’anno della prima condanna per associazione mafiosa, da parte del Tribunale di Sciacca. E’ il 16 luglio 1996 e accanto alla frase «colpevole del reato ascritto» c’è un numero, l’8. Otto anni di reclusione «per la partecipazione all’associazione mafiosa Cosa Nostra», sentenza confermata poi dalla Corte di Appello di Palermo e divenuta definitiva il 9 ottobre del 1998. Il procedimento era il n. 7916/92,  «La Rocca + 24», denominato “Havana”. La sentenza è implacabile, così come lo sono le motivazioni: «in tale processo è emerso sul conto dell’indagato che:

– lo stesso era affiliato alla famiglia mafiosa di Montevago, ed aveva il ruolo di braccio destro del capo-mandamento locale Francesco La Rocca;

– si era distinto per il disprezzo della legge tanto da minacciare un carabiniere della Stazione del suo paese intimandogli di non farsi vedere più nelle sue vicinanze e non effettuare controlli sul suo conto;

– aveva partecipato insieme a Dimino Accursio all’organizzazione di un piano per uccidere alcune guardie penitenziarie;

– era in rapporti diretti sia con il più influente uomo d’onore della parte occidentale della provincia agrigentina, Salvatore Di Gangi di Sciacca, sia con il rappresentante provinciale di Trapani Matteo Messina Denaro, per conto del quale aveva trasmesso anche dei “pizzini” diretti agli esponenti di vertice dell’agrigentino».

Le parole dei magistrati non lasciavano molto spazio all’immaginazione. Di Gino Guzzo però parla anche l’ex super killer Luigi Putrone, oggi collaboratore di giustizia, che in due interrogatori, l’1 settembre 2006 e il 17 gennaio del 2007, ricorda di avere incontrato il Guzzo nei primi anni Novanta e che lo stesso gli era stato presentato come uomo d’onore. Gino lascerà il carcere il 5 febbraio del 2001. In semilibertà. Torna a Montevago e ricomincia subito a frequentare i vecchi amici, a cercarne di nuovi perché il carcere non ti allontana da Cosa Nostra. Nessuno ti può allontanare dalla «famiglia». La sua vita da «uomo libero» non dura molto però. Mentre gli inquirenti indagano, intercettano e pedinano alcuni sospettati saccensi, per quella che sarà poi «Scacco Matto», si imbattono di nuovo in Gino Guzzo. E’ il 24 gennaio 2006. Grazie alle microcamere nascoste, i Carabinieri registrano Guzzo mentre si incontra con Calogero Rizzuto e Accursio Dimino, affiliati alla famiglia di Sciacca. E’ fatta. Guzzo entra nel registro degli indagati. «Tale incontro – scrive il pm – è stato accompagnato da cautele tali da lasciarne intendere chiaramente la natura illecita». Durante l’incontro nelle campagne di Sciacca, Gino Guzzo consegna a Dimino un foglio di carta che viene letto da entrambi e che poco dopo ripone nella tasca interna del suo giubbotto. E’ un «pizzino». Da quel giorno, magistrati e organi di Polizia non lo lasceranno più un attimo da solo, fino ad arrivare ad una ordinanza di fermo di 1600 pagine in cui il suo nome compare ben 5846 volte. E dalle intercettazioni ambientali viene dipinto un boss che rappresenta la perfetta fusione tra la saggezza dei «palermitani» e la violenza dei «corleonesi». E’ il punto di riferimento del mandamento, riceve tutti i maggiori esponenti delle famiglie nel suo «ufficio» nell’officina di Antonino Gulotta, suo umile factotum. E’ li che si decide chi deve essere «messo a posto», chi deve lavorare, chi deve essere intimidito. Lui ascolta le istanze, riflette, medita, dispensa consigli e impartisce ordini facendo gravare su ogni parola il peso del capo. Lui, Gino Guzzo, è ambizioso. Non gli basta mettere il naso negli appalti, piegare le attività sotto il peso del racket, della «messa a posto», per lui non è abbastanza. Guzzo vuole espandersi in ogni direzione. Ed è così che lo vediamo interessatissimo ad entrare in massoneria, di preciso in quella di Castelvetrano. «Tu ci hai parlato con tuo cugino per il fatto della massoneria?» chiede a Giuseppe La Rocca, anche lui uomo d’onore di Montevago. Insiste sulla possibilità di piazzare uno della «famiglia». «Se ti capita l’occasione, io sono interessato Peppe, il più breve tempo possibile, a questa cosa. Gli dici che c’è una persona di un certo livello che è interessata a questa cosa… Possiamo parlarne con questo, gli dici». Certo, bisogna studiare il modo per non far pesare la sua condanna penale, un modo per «entrare dalla finestra» nella loggia. Ma affiliarsi ad altri fratelli serve, e il che la dice lunga sulla onestà e sulla potenza della consorteria massonica trapanese. Ma nelle mire di Guzzo non ci sono solo logge e grembiulini. C’è il potere politico, quello decisionale, quello che crea i posti di lavoro, quello che assume, quello che affida gli appalti. Gino Guzzo sogna di poter manovrare il Consiglio Comunale di Montevago, ma è cosciente che da solo non può arrivarci: «noi dobbiamo fare in modo che… soli non possiamo andare ad amministrare, non abbiamo le forze…». Il progetto del boss è di ampio respiro, e mira ad entrare «occultamente» nell’amministrazione del paese. Non ci sono ideali, destra e sinistra non contano. E chissà cosa direbbe Totò Riina, uno che mai sarebbe sceso a patti con dei «comunisti». «Ci abbracciamo a quello con cui abbiamo la sicurezza di vincere. Perchè, vincendo le elezioni, abbiamo 5 anni, stiamo la dentro, ci fortifichiamo facendo clientelismo, facendo politica, facendo politica… Ci fortifichiamo in maniera tale che ai prossimi 5 anni, lo diciamo noialtri che deve venire con noi» dice Guzzo. E per questa volta la famiglia di Montevago dovrà accontentarsi di sostenere un “lanzato di cane”, nella fattispecie il dottore Nino Barrile, attuale sindaco di Montevago, che a Guzzo non piace proprio. Lo considera il meno peggio, e a quanto dice ha già alcuni agganci: «Il dottore (ndr Barrile Antonino) la dentro deve comandare poco.  Allora, anche nella scelta della lista della cosa… ti pare che ho dormito! Ci abbiamo messo persone in lista che hanno proposto loro e devono fa…. e fanno quello che diciamo noi! Ci vado e gli dico: mi serve questa cosa. Non direttamente per dire…. a loro, a quello che è in lista». Ma Gino è un imprenditore, deve calcolare gli investimenti, i rischi e mettere in conto le perdite. Una macchina perfetta che non dimentica mai che per comandare serve carisma, serve pugno duro. E allora eccolo urlare, riguardo al alcuni fatti accaduti nel mandamento, «Ma come me lo viene a dire…ma questi qua non hanno cervello. ma come sono combinati, ma come sono combinati. […]questi qua, con la scusa di dire…neanche capiscono quello che fanno. Vedi che ci sono persone che alla fine vogliono morire. […]minchia, ma questi di qua, ma che minchia sono, ma veramente per forza si devono fare sparare, ma come minchia sono combinati questi due….(riferendosi ai fratelli Campo, Giovanni e Filippo. […]non vogliono pagare ! perché questi qua sono scimuniti, uno gli deve per forza rompere le corna, se non ci rompi le corna non fanno niente. alla prima occasione a questo ce lo  dobbiamo “cogliere”! alla prima occasione li facciamo pensare…chiamiamo a qualcuno ehh… domani mattina piglia e ci spara a sto cazzo di Fontana! (riferendosi al collaboratore di Vitino Cascio)». Lo ritroviamo ancora una volta mediatore quando deve frenare gli assalti dei fratelli Cascio, Vitino e Rosario, che cercando vendetta contro Errante, imprenditore di Menfi che aveva invaso il territorio del calcestruzzo a prezzi stracciati. “…qua il discorso…il discorso…Gì (gino)…qua il pesce puzza dalla testa…qua il discorso si deve affrontare a Menfi, loro non possono venire qua” urla Vitino Cascio. Di fronte alle rimostranze dei due uomini d’onore, Guzzo li fa calmare, e gli prospetta un chiarimento con Errante, pur di mantenere equilibrio e pace nella sua zona. Come quando deve vedersela con i fratelli Campo, di Menfi, che avrebbero pagato a Calogero Rizzuto, uomo d’onore di Sambuca, 42.000 euro per assicurarsi la fornitura del calcestruzzo per l’esecuzione dei “Lavori di eliminazione degli attraversamenti a raso e realizzazione di opere di svincolo tra i Km 99+000 e 136+1000”. Nonostante il pagamento vada a buon fine, la fornitura non arriva. Anche lì, il boss pensa, medita e risolve. Gino Guzzo è un capo mafia, è un boss. E in quanto tale deve stare attento. Nei movimenti, nelle parole, anche negli sguardi. E allora impone ai suoi uomini delle regole, alcune ingenue, come quella di staccare l’interruttore della corrente nell’officina per «disattivare» eventuali microspie, che però hanno una propria alimentazione. O di mettere sul un tavolo, lontano dall’ufficio nell’officina, i cellulari, così come quella di spegnerli durante gli incontri segreti. Bisogna stare attenti a facce nuove, a gente che può apparire strana. Ha il terrore delle microspie Gino. E a questo proposito è emblematico il suo scambio di battute con Mario Davilla, affiliato alla famiglia di Burgio, che ha paura di aver incontrato uno «sbirro» o comunque un uomo dei «servizi segreti». «Quelli analizzano tutto, la faccia, cose…capace che avevano… aveva gli occhiali? Davilla Mario: Si! Guzzo Gino: Aveva la microtelecamera agli occhiali…sicuro! Davilla Mario: Ma a questi livelli così? Guzzo Gino: Minchia a questi livelli? Va “Striscia la Notizia” da una parte …parole incomprensibili…». Un uomo d’onore, pesato e misurato, capace di colpire duramente, ma anche di comprendere ed intercedere: «Non se ne fanno colpi di testa…pigli un cristiano e gli spari…così. La vita di un uomo è sacra. Se poi giustamente questo….. allora si ci “cafulla” (ndr si colpisce)  così, con il piacere…. Ma, prima si verifica la cosa…. ». Oggi tutto questo sembra essere finito. Guzzo, almeno per il momento, è in galera con accuse pesantissime. L’intero mandamento è stata momentaneamente decapitata. E nel Belice si respira un aria diversa. Un giovane montevaghese, sul blog del «Movimento» di Santa Margherita, il giorno dopo il blitz «Scacco matto» lascia un commento: «a volte ho dovuto abbassare lo sguardo.. oggi alzo la testa».

Benny Calasanzio

ANTIMAFIA. Viaggio nei beni confiscati ai boss nell’Agrigentino e utilizzati a fini sociali

Immagine(416) Diventa una realtà anche nell’Agrigentino l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati alla mafia. L’attività del Consorzio per la Legalità e lo Sviluppo comincia a dare i suoi frutti. Viaggio nei beni confiscati ai boss con il presidente del Consorzio, Barbara Garascia, e il sindaco di Naro Maria Grazia Brandara Continua a leggere