SMB: nasce un nuovo formaggio ovino

(1195) Da un articolo de La Sicilia a firma di G. Recca andato in stampa mercoledi 17 marzo, apprendiamo che…… Nasce nella Valle del Belice il primo formaggio ovino spalmabile. I caseari della zona hanno raccolto i suggerimenti dell’associazione regionale allevatori e completato l’attività di studio e di preparazione del formaggio che è stato denominato «Morbido di Sicilia».



Nel caseificio dell’azienda ovinicola della famiglia Giampaolo, il giovane casaro Salvatore, 24 anni, ha fatto assaggiare il nuovo formaggio siciliano a pasta molle spalmabile fatto con latte crudo di pecora. Tra i testimoni dell’evento anche Stefano Sutera, responsabile dell’Associazione regionale allevatori di Agrigento e alcuni allevatori. «Le numerose prove che Salvatore Giampaolo ha fatto in questi mesi con il latte delle sue pecore – dice Sutera – hanno portato ad un risultato eccellente: il “Morbido di Sicilia” si aggiunge adesso alle numerose specialità locali siciliane che hanno una identità territoriale certa ». L’associazione da sempre ha avuto un ruolo di stimolo e di assistenza tecnica alle aziende della zona. Giampaolo ha acquisito in breve tempo, da autodidatta e grazie all’esperienza familiare, una buona maestria casearia che nella lavorazione del latte ovino ha amalgamato l’uso di caglio naturale aziendale, temperature e sapienza artigianale. Il «Morbido di Sicilia» si aggiunge adesso alla più affermata «Vastedda della Valle del Belice » che ha già avuto parecchi riconoscimenti ed è apprezzata in tutto il mondo.

6 pensieri su “SMB: nasce un nuovo formaggio ovino

  1. giacomogiuffridasamona

    Ottima iniziativa ed intuizione. Bisognerebbe peò sapere, se questo "morbido di sicilia" sia, come per la Vastedda, legato alla stagionalità, (ossia alla disponibilità dei soli pascoli primaverili), o prodotto che possa essere realizzato in tutto l'arco dell'anno produttivo. Ciò influirebbe, in modo sensibile ritengo, sulla sua eventuale disponibilità e commercializzazione durante  TUTTO l'arco dell'anno, cosa importante ai fini di una sana commercializzazione e diffusione. Sarebbe quindi interessante sapere se detta produzione sia destinata ad essere anch'essa un "prodotto di nicchia", ancorchè d'elite, o un prodotto destinabile ad una maggior e più ampia fascia di consumatori. Il successo della Vastedda, organolettico e qualitativo, mi pare sia indiscusso, mentre non così è per la costanza della sua disponibilità sul mercato, legata come sappiamo (almeno per la DOP) alla forzata stagionalità, punto di forza ma allo stesso tempo limitante purtroppo per quanto riguarda il ritorno economico, della sua  indiscussa qualità. Speriamo quindi che "il morbido", nel rispetto della qualità, possa essere svincolato da questa sorta di forca caudina, così come speriamo  che possa contribuire seriamente e positivamente al rilancio della nostra ovinicultura, le cui antiche tradizioni non meritano certo di finire ingloriosamente, sopraffatte dalla produzione di massa della grande industria, che troppo spesso NON garantisce la sanità e qualità dei prodotti. L'importante comunque sarebbe che la fase di pubblicizzazione e commercializzazione-diffusione del prodotto, non fosse limitato alle "solite"  necessarie, fiere e sagre di varia natura, utili si, ma spesso dal sapore di autocongratulazioni fra addetti ai lavori, ma si affidasse a SERI studi di mercato, ed altrettanto SERI canali di commercializzazione, senza i quali, il "nascituro" morirebbe inevitabilmente prima di nascere realmente, o crescerebbe rachitico e stentato. Complimenti comunque vuoi per l'INVENZIONE che per l'iniziativa, che testimoniano, ancora una volta, come le piccole iniziative di singoli appassionati, meglio ancora se di giovani che ci credono davvero, come il bravo Giampaolo, a volte riescono, o possono riuscire, a fare molto di più delle inutili  ed improduttive "cattedrali nel deserto" di cui all'articolo di ieri sulle "iniziative (pseudo) industriali". Ancora una volta Augurissimi !!!!

  2. baldop

    Mi fa davvero piacere che che la stampa abbia attenzionato l'attività di Salvatore Giampaolo e di suo padre Pino. La professionalità di questa azienda è davvero straordinaria e non mi riferisco al caso specifico di questo nuovo prodotto ma all'attività di selezione in genere che l'azienda Giampaolo porta avanti oramai da almeno due decenni. A fronte di questa grande professionalità purtroppo si sono contrapposte le contraddizioni istituzionali della Sanità veterinaria che hanno fatto si che questa azienda, per la verità insieme ad altre che voglio citare, Salvatore Campisi, Michele Ciaccio, Peppino Faccidomo, Calogero Bavetta e altre ancora, hanno contribuito a elevare a rango di razza la nostra pecora consentendole di varcare i confini del nostro territorio proiettandola in ambito Regionale e Nazionale. Contraddizioni che hanno fatto si che la professionalità dell'azienda Giampaolo fosse mortificata al punto da impedirgli di produrre la DOP Vastedda Valle del Belìce.  Vi chiederete quale è stato il mio ruolo in tale contesto. Ho potuto fare molto poco in considerazione del fatto che la Regione Siciliana ha legiferato ponendo sullo stesso piano il piccolo caseificio dell'azienda Giampaolo con stabilimenti tipo quelli della Galbani, giusto per fare un esempio. Rimane di fatto il mio impegno da amministratore locale e da ricercatore nel sostenere le attività dell'azienda  Giampaolo come delle altre aziende presenti nel nostro areale affinchè qiuesti imprenditori possano guardare al futuro delle loro attività con maggiore serenità di quanto non siano riusciti a fare fino ad ora. 
    Comunque complimenti a Salvatore e Pino. 
    A presto Baldo Portolano   

  3. giacomogiuffridasamona

    Leggo, con molto interesse, l'intervento del Prof.Portolano, sempre attento alle problematiche del nostro territorio, che, però, mi suscita alcuni interrogativi che vorrei, sommessamente, esporgli . Scrive infatti il Prof.  " Vi chiederete quale è stato il mio ruolo in tale contesto. Ho potuto fare molto poco in considerazione del fatto che la Regione Siciliana ha legiferato ponendo sullo stesso piano il piccolo caseificio dell'azienda Giampaolo con stabilimenti tipo quelli della Galbani, giusto per fare un esempio ", e la cosa mi fà sorgere una domanda : Nella formazione delle leggi e regolamenti in materia, la Regione, prima di dar corpo ed emanazione alle stesse, ma sopratutto nella fase dell'elaborazione delle stesse, non si avvale di "consulenti ed esperti, oltre che tecnici,", spesso lautamente pagati, che operando sul territorio ne conoscono tanto i punti di forza che di debolezza, e quindi possono orientare, nel rispetto delle norme, la formulazione delle stesse leggi in un senso piuttosto che in un altro ? D'accordo, mi potrebbe dire Lei, ma ci sono le leggi ed i regolamenti di Bruxelles che fanno a volte da autentica camicia di forza, rispetto a delle realtà locali che, nella vastità europea, sono essenzialmente di nicchia, ma, lei  sa bene, come queste "camicie di forza" possono essere non Aggirate furbescamente, ma Adattate, (in deroga) alle contingenti peculiarità ambientali e d'origine e produzione di un prodotto specificatamente locale o localizzato in un ben determinato areale. (se non fosse stato così, addio al celebre Lardo di Colonnata ) Ed allora mi chiedo, se poi i risultati devono essere quelli da lei citati, se la piccola realtà produttiva locale deve essere equiparata nella legistlazione (e di riflesso negli INVESTIMENTI) a quella di grosse realtà multinazionali o anche solo INDUSTRIALI, sti benedetti tecnici, consiglieri, consulenti, esperti, e compagnia cantando, interpellati e chiamati dalla Regione  CHE CI STANNO A FARE ? Non sarebbe più serio che stessero a casa a fare pura e semplice filosofia , ancorchè agroalimentare? Mi pare che il ricorso alle "Normative in deroga",  ed ai "Capitolati e disciplinari di produzione" per specifici prodotti ed areali, potrebbe essere la strada percorribile, pur nel rispetto, OVVIAMENTE, delle norme igienico sanitarie che devono sempre essere alla base delle produzioni agroalimentari.. Lei poi, Professore, conclude :" Rimane di fatto il mio impegno da amministratore locale e da ricercatore nel sostenere le attività dell'azienda  Giampaolo come delle altre aziende presenti nel nostro areale affinchè qiuesti imprenditori possano guardare al futuro delle loro attività con maggiore serenità di quanto non siano riusciti a fare fino ad ora." . Lodevole, indubbiamente il suo impegno, e del tutto rispettabile il suo voler sostenere le aziende del settore, specie in un momento di crisi come questo,  ma non vorrei, e credo che anche Lei non lo voglia, che ciò aprisse le porte dell'assistenzialismo (comunale o regionale NON importa) fine a se stesso, in quanto ciò, specie nel mondo piccolo imprenditoriale, apre le porte solo alla SOPRAVVIVENZA, non certo alla crescita ed al progresso. Tanto varrebbe allora che l'amico Giampaolo, brevettasse (si può fare) il suo procedimento produttivo, e poi tranquillamente lo vendesse ( BENE) ad un gruppo quale quello da Lei citato. Credo che uno spalmabile di matrice solo ovina, avrebbe, per le sue  nuove peculiarità organolettiche, una positiva audience sui mercati. Vogliamo farci scappare anche quest'altra piccola ma significativa occasione ? Non credo che Lei, tanto come uomo (e margaritaro) che come tecnico e ricercatore lo voglia davvero. Si cerchi quindi, e quì mi rivolgo al politico, di far si che nelle stanze dei bottoni si facciano leggi più attente ed aderenti alle realtà locali, e questo è il compito vero che tocca a voi tecnici, specie quando, e non sono pochi casi, la figura di tecnico e politico coincidono in un unico contesto. In caso contrario, come si suol dire, tutto resta allo stato di "CHIACCHERE E TABACCHIERE DI LEGNO". Sia ben chiaro che questo non vuol essere assolutamente, non essendovene per di più i presupposti logici, un attacco a Lei, nè come tecnico, nè come politico, bensì una sorta di LETTERA APERTA che lascio alla Sua attenzione e valutazione
    Cordialmente. Giacomo Giuffrida Samonà

     

  4. baldop

    Riprendo volentieri il post di Giacomo Giuffrida Samonà. E' vero tutto ciò che lei afferma ed è proprio questo il problema centrale della 
    crisi agricola del nostro territorio ma più in generale della nostra regione. Cercherò di esprimere al meglio il mio pensiero per essere quanto più possibile chiaro e per far ciò restringo il campo d'azione al nostro territorio ma semplicemente come esempio per il resto dell'sola. Il problema della nostra agricoltura è chiaramente un problema strutturale che ha le sue  principali criticità, soprattutto, nella dimensione aziendale, nella relativa capacità produttiva inadeguata ai canali commerciali della GDO , l'assoluta mancanza di capacità di micro imprenditori a consorziarsi, per la verità più determinata da un fatto culturale che da incapacità. Tutto ciò, a mio avviso, tuttavia, non costituisce un aspetto negativo del nostro sistema agricolo bensì una peculiarità che consente piccole produzioni di elevata qualità che però non riescono ad essere adeguatamente valorizzate commercialmente e merceologicamente diventando elemento limitante. Premesso ciò ritorno a quanto da Lei scritto. Tale peculiarità della nostra agricoltura, purtroppo, non è stata adeguatamente compresa e quindi rappresentata a livello europeo dai nostri europarlamentari di sempre, che hanno subito le regole imposte da altri paesi le cui realtà sono ben diverse dalle nostre vedi Francia, Spagna, Portogallo ed altre ancora. Il perchè di questa inconscia sudditanza in buona parte lo ha scritto lei: da una parte consulenze affidate a professionalità sbagliate o comunque con scarse conoscenze delle realtà territoriali e con più che scadenti capacità critiche di valutazione dei problemi della nostra agricoltura, dall'altra un disinteresse alle problematiche territoriali agricole degli stessi europarlamentari. Tuttavia in verità la responsabilità non è tutta dei nostri europarlamentari ma anche dei nostri parlamentari regionali. Ed entro in merito al perchè.  Nel caso specifico del settore lattiero-caseario l'UE ha emanato delle norme e direttive che puntavano sostanzialmentre a garantire ciò a cui Lei ha fatto riferimento e cioè la salubrità e sanità della materia prima (latte delle diverse specie). Nulla di più corretto, inoltre l'UE non si è preoccupata di consigliare come fare e, a mio avviso ha fatto bene, si è semplicemente preoccupata di accertarsi del fatto che gli imprenditori zootecnici producessero un prodotto dal punto di vista igienico sanitario a rischio zero per il consumatore. Nulla di più corretto. A questo punto il legislatore regionale ha deciso di farsi imprenditore senza avere la benchè minima conoscenza, lo dimostrano i fatti, delle realtà e delle peculiarità territoriali, ponendo in essere un sistema che ha messo in profonda crisi l'intero sistema zootecnico regionale e locale. In vero sarebbe stato sufficiente che il legislatore regionale recepite del direttive dell'UE, attivasse un sistema di controllo rigoroso, efficiente e capillare sulle qualità e caratteristiche igienico sanitarie dei prodotti nel rispetto delle normative dell'UE  lasciando all'imprenditore zootecnico di definire come e cosa fare per rientrare con i suoi prodotti nei parametri igienico sanitari previsti.  E' pur vero d'altra che tutto questo è avvenuto non in un mese o in un anno bensì in un decennio nel corso del quale lo sforzo degli imprenditori zootecnici per adeguarsi via via alle nuove normative è stato pressochè nullo se non da parte di pochi, illudendosi che il classico regime transitorio, che permetteva di tutto e di più non passasse mai, ma purtroppo, come prevedibile, così non è stato.
    Infine scrivendo del mio impegno non alludevo affatto a forma alcuna di assistenzialismo. L'impegno a cui faccio riferimento nel commento va proprio contro questa forma di assistenzialismo e si muove, da una parte, nella direzione di quanto affermato pubblicamente in diverse occasioni e cioè intercettazione di risorse finanziarie extra-bilancio comunale, e quindi regionali e /o comunitarie finalizzate ad investimenti aziendali, in grado di creare sviluppo e innovazione tecnologica aziendale tale da consentire alle aziende di mantenersi al passo con le direttive comunitarie via via recepite a livello regionale, dall'altra è rivolta al dialogo con le istituzioni preposte (sanità veterinaria) per cercare di definire una serie di interventi correttivi che nel rispetto delle norme igienico sanitarie, consentano la regolare attività alle nostre aziende zootecniche. Ma anche qui le difficoltà non sono poche in quanto le criticità di cui ho parlato prima  sono insite anche nei bandi del PSR 2007-2013 le cui procedure attuative sono difficilmente attuabili per le nostre aziende e  in cui l'ente locale non è mai individuato come possibile beneficiario e quindi poco può fare se non tentare di sensibilizzare le aziende ad organizzarsi cercando in gruppo di far fronte a tali difficoltà. E' in tal senso che la mia attività si è svolta si sta svolgendo e continuerà a svilupparsi pur se in questo momento di grande confusione politica che certamente non è semplice.
    Infine mi piace sottolineare che non ho assolutamente sentito il suo commento come attacco politico e/o tecnico ma come momento di analisi critica e confronto.
    Grazie
    Baldo Portolano

        
         

  5. giacomogiuffridasamona

    Ringrazio il  Prof. Portolano delle cortesissime parole, e condivido tutto il suo commento, sopratutto una parolina, buttata lì con semplicità, ma fondamentale forse a saldare i vari elementi della filiera, rispettando la singola imprenditorialità produttiva nella sua autonomia, sino alla fase della commercializzazione ed eventuale confezionamento e presentazione del prodotto. La parolina magica, era a mio avviso " CONSORZIARSI" , ossia, uscendo dal catastrofico FLOP dell'idea cooperativistica, che da noi ha fallito clamorosamente visto che il 90% delle stesse sono nate, vissute(male) e morte rapidamente, perchè create essenzialmente, si abbia una buona volta il coraggio di dirlo,  al grido di "Cu futti futti ca Dio perdona a tutti".  E bene fanno i produttori, ormai, a diffidarne ! Diversa cosa, come Lei giustamente dice è l'esperienza CONSORTILE, vuoi di statuizione di capitolati di produzione omogenei, e di tutela, (vedi sulla falsariga quello del parmigiano o di altri formaggi) che delle successive fasi di commercializzazione, dalla pubblicità, a più ampio raggio e risonanza, e con Testimonial seri e di impatto diretto e convincente sul consumatore finale, alla distribuzione su determinati canali più affidabili in tema di solvibilità e continuità dell'assorbimento del prodotto.. E' ovvio che ciò presuppone, alla base non ricorrere al cugino agronomo a spasso che tira a campare, allo zio ex sensale, alla cognata ragioniera disoccupata ed altre amene "professionalità" del genere, ma attingere, anche con sacrifici ed investimenti mirati, ( ed in questa fase entrerebbero i fondi pubblici a sostegno) a risorse umane e sopratutto REALMENTE tecniche in settore di Marketing, IL problema maggiore, e Lei lo rileva giustamente, è essenzialmente vincere la giusta diffidenza degli allevatori, cui andrebbe spiegata bene la differenza fra un Consorzio di tutela e produzione, ed una struttura cooperativistica, di qualunque genere possa ormai essere, ormai classificata nell'immaginario collettivo come impieghifici a tempo limitato e a sole spese dei soci, a spese dei quali poi fare "IL BOTTO FINALE". I consorzi, Lei mi insegna, sotto questo aspetto offrono più garanzie, specie quelli che garantiscono ai soci il pagamento diretto ed immediato, al momento stesso del conferimento, ad un prezzo ovviamente remunerativo e garantito nella sua stabilità, e la successiva distribuzione degli eventuali dividendi solo a fine anno, a chiusura di bilancio consuntivo. NESSUNO così, almeno in linea dimassima ci dovrebbe rimettere nulla, men che meno i sacrifici e l'esperienza di una vita di lavoro. So' bene che parlando di queste cose con Lei, sfondo la classica porta aperta, visto che ho sentito alcuni suoi interventi in merito, in linea con quanto dico, (o forse sono io in Linea col suo pensiero): In buona sostanza bisogna fare opera di persuasione, convinta, sui nostri produttori, rispettando essenzialmente e sopratutto la loro indipendenza produttiva ed aziendale. Sò che non è facile, ma se non si tenta, non si saprà mai come potrebbe finire questa interessante avventura.
    P.S. Non mi ha detto se il "morbido" può prodursi tutto l'anno, o solo in determinati periodi (vedi Vastedda), perchè lì sta la differenza fra una commercializzazione continua, tutto l'anno,(cosa apprezzata dal mercato) ed una semplicemente stagionale, piuttosto limitante:
    Pregandola di scusare ste tiritere, dettate solo dall'affetto per questo territorio che mi piacerebb, a dispetto di alcuni, veder realmente rifiorire, crescere,  e progredire. Cordialmente
    Giacomo Giuffrida Samonà

  6. baldop

    Da quello che so da Salvatore si può produrre tutto l'anno, in quanto la pasta non subisce un processo di acidificazione così come la vastedda ma è la tecnologia di lavorazione specifica ed i fermenti specifici utilizzati che consentono di ottenere quel prodotto, che personalmente non ho avuto ancora modo di provare: ma lo farò questo fine settimana. Per il resto nulla di commentare a quanto da lei affermato in quanto è la realtà dei fatti. Per la DOP Vastedda del Belice però prossimamente potremo fare insieme alcune considerazioni a mio avviso importanti anche per informare questo Blog  sui progetti presentati in bandi dell'Assessorato e del MipAAF e da presentare sul bando PON R&S del MiUR. E anche lì vedrete quali le difficoltà per coinvolgere aziende del nostro territorio.
    Saluti
    Baldo Portolano 

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